Quel piccolo popolo, quel gran populismo e l’imprevedibile indigeno

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La cittadina di Acquaviva delle Fonti, ridente comune in Terra di Bari, ha conosciuto, anche per quest’anno, il suo festival culturale. Al secolo: il “Festival della Polemica”. – Al di là di ogni immaginazione, fra hip-hop di strade chiuse, elogi ai topini e varia intercultura, sotto una amministrazione di centrosinistra guidata da Davide Carlucci esperienza Repubblica – L’Espresso, si è parlato pure di Lega…
Era un tramonto di fine luglio: una piccola piazza e un pubblico di nicchia. Andirivieni di giovani curiosi che però non trovavano sufficienti posti a sedere. Da un lato: Matteo Pucciarelli, giornalista di Repubblica e collaboratore di Micromega. Dall’altro: Michele “Barbadillo” De Feudis, giornalista Corriere del Mezzogiorno e Corriere della Sera. L’evento verteva sulla presentazione di “Anatomia di un Populista – La vera storia di Matteo Salvini” (del Pucciarelli).

Il tema “Popolo vs. Populismo” doveva essere atto a distinguere il popolo, da sempre amato a sinistra, dal populismo dei loraltri. – Difatti, così presentava l’evento il blog di informazione locale Acquaviva Partecipa: “Al centro dell’incontro sarà il concetto di “popolo” contrapposto a quello di “populismo”, partendo dal presupposto – puramente convenzionale, nelle intenzioni del Comune che organizza – che il primo concetto sia caro alla sinistra e il secondo alla destra”.

Invece, la stessa serata, tramite l’agire di un imprevedibile moderatore indigeno, ha chiarito “subito” altri due punti. Il primo, cosa significano realmente “popolo” e “populismo”. Il secondo: “la comprensione della figura del populista dopo il trasversale vuoto ideologico della politica”. – Il caffè e l’ammazzacaffè per alcuni; il golpe e il controgolpe per altri. (Ma senza vere vittime.)

Su Acquaviva Partecipa, “Popolo, infatti, è stato, e per certi versi continua a essere, il punto di riferimento della cultura socialista, democratica e cattolico-popolare. Ma è anche il nucleo etimologico del termine populismo che, per i critici d’ispirazione di sinistra, è il terreno su cui, soprattutto in questi anni, i movimenti di destra stanno giocando la loro partita negli ultimi anni”. – E sul finire, il post addolciva riconoscendo al populismo la possibilità di trovare ubicazione oltre i recinti del lepenismo e del trumpismo.

Ma il moderatore presente aveva definito il popolo diversamente. Come paese reale. E quindi i suoi normali bisogni; le sue normali necessità. La sua quotidianità. E populismo, invece, come un elemento sensibile poiché capace di parlare alla pancia del paese. – “Chiarendo sulla possibilità di varcare i confini della destra, il populismo può essere inteso in varie salse: vi sono esempi autorevoli a sinistra come Podemos, al centro come Ciudadanos o il renzismo, oppure oltre i poli come il Movimento 5 Stelle e il Partito Pirata. E ciò, di conseguenza, fa anche trasparire che il concetto di paese reale, ossia il popolo, non può essere inteso come termine di parte guelfa o ghibellina: ma come campo in cui invece si svolge, in occidente, l’esercizio democratico”.

A questo punto, chi è il populista? Non è un “camerata”? – No. È un ologramma. Un uomo-massa attraverso l’immagine, il fisico e le parole. Attraverso la sua storia pubblica e privata. Attraverso i social. Attraverso la conseguente emozione che suscita in alcune coscienze del paese reale. Un fattore emozionale che coinvolge dove c’è un grande vuoto nell’orizzonte: l’incertezza, la distanza fra la strada e le istituzioni. In un periodo storico dove si avverte l’annichilimento del pensiero dei singoli a causa di una cultura liquida relativista ben tutelata dal mainstrem filo-global e verso il brevetto dell’unicità omologante.

HA SALVATO LA LEGA, ORA OLTREPASSA IL RUBICONE. – MA CHI È MATTEO SALVINI? – “Ecco, improvvisamente, un uomo e la sua semplice idea. Deciso, anche con aria furbetta, di bussare ai cuori e alle menti di alcuni. E chi sono queste menti e questi cuori? Sono i delusi degli schemi del presente: schemi italiani, schemi europei. Forse anche gender. Schemi che hanno globalizzato. Schemi nati in un ranch di pensieri liberali e progressisti che stanno letteralmente fagocitando dai contenuti liberalconservatori a quelli delle sinistre sociali”. – Il famoso punto di riferimento della cultura socialista, democratica e cattolico-popolare.
Queste sinistre, come emerge anche dalla lettura del Pucciarelli, hanno lasciato l’insegnamento morale di Berlinguer e le pagine di storia su Mosca dopo il crollo del muro, proiettandosi solo sui frutti borghesi del sessantotto americano. E sul post-sessantotto: ovvero l’icona moderna, omologante, verticale, burocrate, laicista, dell’Unione Europea e del presunto, sedicente o non sedicente, Nuovo Ordine Mondiale.
La necessità del populismo salviniano, però, fa più rumore di quello di Grillo: perché morde di più. Perché guarda alla famiglia Le Pen e tratta con la Meloni. Perché sottrae al tramonto di Berlusconi un Putin o un Tea Party. Perché la Lega post-Bossi ha parzialmente cessato la sua missione politica precedente e figlia anche di situazioni d’immagine travagliate. Complicate quanto quelle di Forza Italia o di altre realtà politiche. A sinistra.
E il Salvini uomo-massa comprende che c’è da rianimare un partito e la sua coalizione di riferimento. Comprende che esiste in alcuni italiani il grande vuoto, la grande paura della scomparsa di valori secolari che sembravano pilastri di tutto l’occidente. Comprende, da comunista padano, che i pensieri a destra sono diventati alternativi al pensiero unico. E finanche comprende, assieme a Grillo ed Iglesias di Podemos, che il pensiero unico ha parcheggiato a sinistra col fine di cannibalizzarla.

Qualcuno resterà sorpreso da questo passaggio: eppure lo sottolinea anche l’autore del libro “Anatomia di un Populista”. – Cui colpisce il suo lettore con un finale alla cicuta.

Ma la cosa che più si contesta al Nuovo Carroccio è lo sdoganamento di un linguaggio istintivo e decisionista: che scende nelle menti del ceto medio, delle periferie, dei piccoli imprenditori. Purtroppo non c’è stato ancora quel passaggio definitivo fra atteggiamento impulsivo e una nuova coscienza civica. – Magari patriottica, sovranista e di ampie vedute, come nel pensiero promosso quella sera dal De Feudis. – Immaginando un nuovo “vivere comune” al servizio del paese reale e guardando oltre il limes culturale meloniano. E dunque… Non è stato ancora completato il passaggio fra una mentalità di destra nazionale anni novanta e un’idea democratica comunitarista vagamente più vicina al filosofo Diego Fusaro. Il neomarxista che, da “La Gabbia”, guarda oggi oltre la sinistra. – E senza più poterne fare ritorno. – Ma a parte il Fusaro, è certo che il Salvini deve chiedersi quale idea politica potrà lasciare ai posteri in una società in continua evoluzione. Perché, al dire del moderatore: “O saprà dare una direzione aggregativa di là dal suo cognome… O la sua idea tramonterà rapidamente”.

Ma se a Matteo Salvini, da un lato, si vuole prestare continuamente un elenco di vizi… perché i virtuosi, per alcuni, non sono più virtuosi? E perché l’Europa dei virtuosi è solo annoiata dal populismo e non gli presta razionale ascolto laddove può essere necessario? – “O è Salvini il vero virtuoso?”… Si chiede qui narrando quel presente moderatore.

Ecco come rispondo ad una domanda posta da Francesco Lopuzzo in un’intervista per AcquavivaNet. Partiamo, però, prima dalla domanda: “Parliamo dell’incontro 30 luglio scorso. Si è parlato di “Popolo vs populismo” in compagnia di autorevolissimi ospiti. Cosa ne pensa dell’appuntamento di cui è stato moderatore? Davvero popolo e populismo sono in contrapposizione?”

http://acquavivanet.it/cultura/7537-iacobellis-popolo-o-populismo-no-post-populismo.html

La mia replica soddisfa, completa e chiude: “Ho avuto l’onore di confrontarmi, a sinistra, con Matteo Pucciarelli, autore di “Anatomia di un populista”, e, a destra, con l’esempio Michele De Feudis, blogger di “Barbadillo”.
Il Pucciarelli ha fatto emergere il problema del linguaggio dell’uomo-massa populista. Nonostante il populismo possa conoscere diversi colori politici non risparmiando gli acuti renziani, la sua attenzione è caduta sulle inclinazioni xenofobe della destra, su quel carattere rude che alimenterebbe ogni giorno una guerra fra poveri, cioè fra cittadini italiani e cosiddetti “nuovi cittadini”. L’autore ha poi puntato il dito sul carattere anti-islamico del mondo leghista e sul fatto che il settore pubblico debba favorire la costruzione di moschee in una società, al tempo stesso, laica e di “libera Chiesa in libero Stato”.
Ho ribattuto al giornalista di Repubblica che il populismo può avere ricadute negative anche su altri lidi, differenti dalla destra. Peraltro è emerso che la sinistra sociale è sempre meno aderente alla figura di Berlinguer, poiché si tratta di una cultura fagocitata da una nuova left-wing moderna ed atlantica, più borghese e liberale. Sulla questione migranti, ho risposto che l’Italia non è un paese xenofobo ma, in quanto Stato di Diritto, non è affatto immune alle esigenze di un ordine pubblico. E non solo: è tempo anche di sapere, nel buon nome dell’informazione, sul traffico di esseri umani, bambini, e organi… Quanto al discutibile carattere anti-islam della Lega, ho lasciato l’appunto che esiste una rappresentante mussulmana al suo interno, che difende i diritti delle donne e i principii di una sana integrazione. Esiste dunque un problema sociale, non religioso ed è sapere chi sono i finanziatori di alcuni luoghi adibiti al culto, è l’esigere funzioni religiose in lingua italiana, è l’accesso diretto alle forze dell’ordine nei luoghi adibiti al culto. Ma si tratta di un tema generale che riguarda l’Italia e ogni religione. Entrambi abbiamo concordato sulla necessità di fare chiarezza su una forma di terrorismo di sedicente matrice religiosa che mette a disagio cittadini onesti.
Il De Feudis ha fatto emergere quattro punti non certo privi di impegno: il primo, cosa rende Salvini importante per la destra italiana; il secondo, l’ammissione dell’assenza di un contenitore post-berlusconiano; il terzo, i veri modelli costruttivi della destra italiana; il quarto, la necessità del finanziamento pubblico ai partiti.
Per De Feudis Salvini è importante perché rappresenta la novità in un mondo berlusconiano che è decaduto, in un centrodestra che è tuttora debole, in una Lega che stava in cattive acque. Salvini, con un colpo di mano che non aveva precedenti, ha cambiato tutto: ha “nazionalizzato” il progetto Lega, ha trovato un feeling con la Meloni, la Le Pen e altri leader internazionali filo-destra, ha trovato un maggiore contatto con la gente comune – da Nord a Sud – eliminando la cravatta, ha scoperto che il sistema Europa ha delle lacune.
Eppure il centrodestra resta ancora annichilito. E questo perché non c’è ancora un contenitore che unisca cittadini di qualsiasi storia sotto un solo cartello patriottico e sovranista che guardi oltre Fratelli d’Italia.
Due aggettivi che definiscono anche il Fanalino di Palermo, la destra del giovane Paolo Borsellino e di altri modelli costruttivi del Fronte della Gioventù. Modelli che hanno dimostrato un interesse culturale nello schierarsi sempre con gli ultimi e non curandosi nemmeno dei fattori etnico-religiosi.
Poi, sulla buona politica, per il De Feudis essa ha un prezzo e una formazione e perciò non va lasciata al finanziamento di privati.
Ho replicato al giornalista del Corriere della Sera che su Salvini avrà pure ragione, ma quest’ultimo dovrebbe cambiare strategia optando per nuovi e lungimiranti toni moderati e ponendo, per il futuro, protagonista la società civile e meno la figura del leader.
Sul secondo punto, il De Feudis è, per me, ragionevole sul sovranismo critico e avverso all’Europa dei burocrati, ma l’aggettivo patriottico dovrebbe essere inteso come comunitarismo democratico, etico e sociale, interesse collettivo, società civile, rapporto tra comunità e territorio, critica al consumismo e al nichilismo, tutela delle radici cristiane dell’Europa. Senza, però, trappole scioviniste e altre nostalgie. Queste ultime sono state non premiate dallo stesso De Feudis.
Ben vengano pure i modelli positivi della gioventù missina che fu… Ma sul finanziamento pubblico dei partiti la mia risposta è “No”. A mio parere, servono nuove coscienze dal basso e non altro sperpero di denaro pubblico in un periodo di crisi.
Diciamo che fra il Pucciarelli e il De Feudis è emersa in me una terza posizione del tutto a parte: il post-populismo e la necessità intima di definirlo.
Di conseguenza, se ritengo utile un post-populismo, popolo e populismo non possono porsi sullo stesso piano pur restando comunicanti”.

Saverio Francesco Iacobellis

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